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GDPR e tecnologia blockchain

Negli ultimi anni la sempre maggiore digitalizzazione anche delle attività più comuni e quotidiane ha comportato molti e diversi cambiamenti, soprattutto in merito al modo di cercare e trovare informazioni riguardo alle persone che ci circondano. 

Google, il più noto motore di ricerca, fa in modo che utenti di tutto il mondo possano reperire in un battito di ciglia informazioni e notizie su qualsiasi tema o persona, solo mediante la scrittura nell’apposita barra di ricerca di parole chiave. Preliminarmente è utile ricordare come il database di Google, ancorché molto utile per tutti gli utenti, in alcuni casi è dannoso. Dannoso per tutti coloro che sono o sono stati interessati da vicende, soprattutto giudiziarie, pregiudizievoli.  Infatti, proprio la conservazione per un tempo indefinito dei dati attraverso le ricerche Google consta all’interessato della notizia dannosa per la reputazione dell’interessato e la impossibilità, prima della sentenza Costeja, di obliare le proprie colpe passate e di rimando non consentirgli di ricostruirsi una nuova identità sociale. Per limitare la problematica, che notoriamente prende il nome di diritto all’oblio, Google ha messo a disposizione alcune tutele per colui che voglia rimuovere notizie dalle ricerche Google, anche a discapito dell’interesse storiografico cui le notizie stesse si fanno portavoce.

Cosa si intende per blockchain

L’avvento di tutte queste novità in tema informatico ha portato poi alla diffusione delle c.d. Blockchain. Blockchain letteralmente vuol dire “catena di blocchi”, queste sfrutta catena operata attraverso le medesime caratteristiche di una rete informatica di nodi e consente di gestire ed aggiornare, in maniera unica e sicura, attraverso un registro contenente dati e informazioni, ad esempio transazioni, in maniera aperta, condivisa e distribuita senza la necessità di un’entità centrale di controllo e verifica.

La noromativa GDPR sulle Blockchain

Orbene, tutte quelle applicazioni che sono basate sulla tecnologia delle Blockchain hanno fatto in modo di sollevare polemiche e molti dubbi da parte degli esperti nel settore, tanto che si è messa in dubbio la vera e propria conformità delle Blockchain alla normativa sulla protezione dei dati, vale a dire il GDPR. Il tema molto sentito sia a livello nazionale che europeo ha generato forti contrasti, tra chi esalta la nuova tecnologia futuristica e chi invece la blocca. Le discussioni vertono proprio su sulla identificazione dei ruoli previsti dal GDPR. In primo luogo è bene ricordare come già negli ultimi anni, le perdite e gli attacchi ai server centralizzati sono diventati quasi un evento quotidiano. Il sistema delle Blockchain avrebbe la funzione di risolvere il problema della sicurezza dei dati. Le identità crittografate ed auto-sovrane potrebbero permettere anche di guadagnare nuovamente un certo controllo su come i nostri dati personali vengono distribuiti e usati. Tuttavia, c’è da considerare l’altro lato della medaglia, vale a dire quali secondo il GDPR devono essere considerati “dati personali” e dunque devono avere una protezione maggiore?

Le transazioni a mezzo delle Blockchain

La tecnologia inerente alle Blockchain permette di effettuare delle transazioni di denaro tra le parti senza dover rivelare l’identità di ciascuno in maniera diretta, tuttavia, qualsivoglia transazione che viene effettuata deve, per legge, essere pubblicata ed anche collegata, per sicurezza, ad una chiave pubblica che rappresenta perciò uno pseudonimo di un determinato utente. Anche se è certo che siffatta chiave pubblica non ha in sé informazioni che possano ricondurre alla identità del soggetto che ha effettuato o ricevuto la transazione, l’uso della chiave pubblica per molte transazioni e la possibilità di incrocio con altri dati ed informazioni potrebbero consentire di determinare le parti. Questo è il tema più caldo sul quale si discute, a cui oggi ancora non si da una risposta.

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