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Diritto all’oblio, Cassazione rigetta ricorso di Google

Il diritto all’oblio ovvero la possibilità di eliminare notizie dal web è stata introdotta con l’avvento del GDPR, a seguito della sentenza Costeja del 2014, ci sono voluti diversi anni prima che lo stesso diventasse una diritto fondamentale, ma oggi è stato totalmente riconosciuto.

Cosa è il Regolamento Europeo per la Protezione dei Dati Personali

Il GDPR è il un Regolamento Europeo per la Protezione dei Dati Personali che ha sostituito il previgente Codice in materia di protezione e trattamento dei dati personali.

La compilazione del documento è avvenuta attraverso uno scrupoloso lavoro sia a livello comunitario di contingenza degli organi quali Parlamento, Consiglio e Commissione europea, nonché a livello nazionale. Quest’ultimo passo è stato attuato grazie alle numerose sentenze che hanno preso avvio dalla famosissima sentenza della Corte di Giustizia Europea in materia di protezione dei dati e cancellazione degli stessi c.d. Google Spain emanata nel 2014. La pronuncia ha rivoluzionato il modo di guardare il diritto all’oblio, facendo in modo che questo venisse eretto a diritto fondamentale dell’uomo, ma pur sempre bilanciandolo con gli interessi della collettività, quali il diritto all’informazione e l’interesse storiografico di una determinata vicenda di cronaca. Il regolamento dunque può essere inteso sicuramente come un TU aggiornato anche rispetto agli avvenuti cambiamenti della società moderna, la quale man mano è entrata in un’ottica di sempre maggior digitalizzazione delle interazioni sociali.

La battaglia degli avvocati Parente e Biancullicontro Google 

La notizia che sta spopolando nelle ultime ore è quella che vede coinvolti gli Avvocati Angelica Parente e Domenico Bianculli nella causa a difesa del proprio assistito Adriano Pezzano. La vicenda origina dalla richiesta di deindicizzazione del Pezzano, un cittadino milanese che aveva chiesto al colosso Google Italia di eliminare o quanto meno deindicizzare quelle che erano le notizie relative ad un messaggio diffuso da un collega di lavoro su internet. Ebbene, questi veniva accusato, falsamente, di essere testualmente “parente di un appartenente ad associazione di tipo mafioso e autore di reati”. Questa falsa notizia era stata ampiamente propagata attraverso l’uso del web. Pezzano non era stato fermo ma aveva denunziato il collega il quale era stato poi, oltretutto, anche rinviato a giudizio e poi condannato per diffamazione dal Tribunale di Lecco, con sentenza del 2017, divenuta irrevocabile. Per questo motivo, Pezzano chiedeva di cancellare notizie da Google.

La decisione della Cassazione

La Corte di Cassazione, stante il ricorso pervenuto nelle sue mani nonché le note degli avvocati Angelica Parente e Domenico Bianculli, conferma già che era stato definito in primo ed in secondo grado, vale a dire la responsabilità di Google. Google infatti viene ritenuto un c.d.”hosting provider”, tuttavia la Cassazione ritiene di dover correggere la motivazione del Tribunale che l’aveva fondata sulla clausola generale dell’articolo 2043 del Codice civile, il quale si pronuncia sul risarcimento del danno ingiusto per fatto illecito. I giudici di primo grado, infatti secondo la Corte e gli avvocati Angelica Parente e Domenico Bianculli, si erano sbagliati, dovendo configurare la responsabilità ai sensi del considerato inapplicabile il Dlgs 70/2003, il quale dà attuazione alla direttiva sul commercio elettronico, considerandolo relativo solo alla memorizzazione di informazioni commerciali fornite da altri. Google, dunque dovrà pagare 25mila euro ad Adriano Pezzano, un risarcimento per i danni morali scaturiti dalla la mancata rimozione delle Url per cui si era richiesta la cancellazione o quanto meno la deindicizzazione senza successo.

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