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Google condannata a risarcire per le pagine web non rimosse

Il diritto all’oblio è stato positivizzato a seguito della pronuncia della Corte di Giustizia Europea del 2014, con la c.d. sentenza Costeja, o anche meglio conosciuta come caso Google Spain. A seguito della emissione della sentenza si è lavorato ad un progetto concernente la redazione di un TU, che poi verrà chiamato GDPR, acronimo di General Data Protection Regulation. L’art. 17 del Regolamento Europeo sulla Privacy, o anche, come detto in apertura del G.D.P.R., prevede dunque che un soggetto interessato possa adire il Garante Privacy, che è l’autorità deputata l controllo della protezione dei dati personali, e chiederle di eliminare notizie dal web, esercitando così il diritto all’oblio. Il diritto all’oblio, che dunque viene individuato quale il diritto a chiedere la eliminazione permanente  dei propri dati personali ai titolari che li stanno trattando, diviene ben presto un diritto fondamentale. Sul web, per chiarezza, vengono ritenuti responsabili del trattamento dei dati personali non solo i motori di ricerca, i quali secondo la normativa di settore hanno il divieto di trattare determinate categorie di dati sensibili nonché l’obbligo di cancellare tutti gli altri dati personali senza ingiustificato ritardo, se sussistono i motivi previsti dal Regolamento Europeo, ma anche coloro che hanno materialmente la possibilità di cancellare quelle determinate informazioni, i c.d. webmaster, ovvero di deindicizzare le URL pregiudizievoli.

La diffamazione sul web, una piaga del nuovo mondo

La diffamazione ai sensi dell’art. 595 c.p. è un reato per cui la vittima viene lesa nel proprio diritto all’onore ed alla reputazione di fronte ad alcuni soggetti, quella operata a mezzo internet, pare essere ancora più gravosa, infatti per questo viene annoverata tra i casi di reato aggravato, poiché la dichiarazione denigratoria viene esposta ad una platea di soggetti che è potenzialmente infinita. Questo reato si sposa molto bene con il contesto sociale e web al quale siamo abituati.

Così come accaduto in Australia anche in Italia è stata condannata l’azienda Google LLC per aver omesso di eliminare degli link pregiudizievoli, la vicenda, è quella di Adriano Pezzano, il quale difeso dagli Avvocati Angelica Parente e Domenico Bianculli ha ottenuto un risarcimento di 25mila euro.

La vicenda di Adriano Pezzano, risarcito da Google per 25 mila euro

Adriano Pezzano, come anticipato, tramite i suoi legali, gli Avvocati Angelica Parente e Domenico Bianculli, è un cittadino di Milano che un giorno scopre che il suo nome è finito in rete a causa di un comportamento del suo collega di lavoro, questi infatti aveva diffamato il Pezzano inventando che lo stesso facesse parte di una associazione di tipo mafioso e si era reso colpevole di innumerevoli reati. In primo luogo Adriano Pezzano aveva richiesto a Google la rimozione delle notizie e contestualmente aveva denunciato il collega, il quale era stato rinviato a giudizio e poi condannato per diffamazione nel 2017. Tuttavia Google non provvede ad eliminare le URL pregiudizievoli e dunque il nome di Pezzano è ancora collegato alla vicenda della presunta appartenenza al clan mafioso.

Orbene, a seguito del diniego di rimuovere le tracce del suo falso passato da mafioso in rete,  Pezzano tramite i legali, Angelica Parente e Domenico Bianculli, ha fatto causa a Google e il Tribunale di Milano con una sentenza del 24 gennaio 2020 gli ha dato ragione ed ha ordinato a Google la deindicizzazione di tutti i contenuti lesivi. Ancora, ha disposto un risarcimento di 25mila euro per tutti i danni morali subiti per la diffusione di dati negativi sul suo conto, “tenuto conto della diffida dell’interessato dopo sei anni dalla iniziale immissione in rete delle notizie diffamatorie”.

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