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Perché i procuratori americani stanno facendo causa a Google

Il consenso informato prestato dall’interessato resta una delle basi legittime al fine di trattare i dati personali di colui che lo accetta, così come viene disciplinato dall’art. 6 del regolamento. Per solo scopo di completezza si segnala in questa sede che preliminarmente all’avvio di attività̀ le quali comportano la implicazione del trattamento dei dati personali, il Titolare del trattamento deve sempre valutare con attenzione i rischi ad essa connessi, c.d. DPIA.

Quando il consenso è valido

Il consenso rappresenta una tra le tante legittime basi per il trattamento dei dati personali laddove all’interessato sia proposta la facoltà di scegliere di acconsentire o meno. La scelta deve essere avulsa da qualsiasi tipo di pregiudizio, ad esempio non può prospettarsi una scelta legittima se all’interessato viene prospettato un pregiudizio in caso di rifiuto del trattamento dei propri dati personali, rendendolo illecito.

Dunque, se il consenso viene ottenuto nel rispetto del regolamento, questo è uno strumento che fornisce all’interessato il controllo sul trattamento dei dati personali.

L’articolo 4, punto 11, del GDPR chiarisce che il consenso dell’interessato è qualsiasi” manifestazione di volontà̀ libera, specifica, informata e inequivocabile dell’interessato, con la quale lo stesso manifesta il proprio assenso, mediante dichiarazione o azione positiva inequivocabile, che i dati personali che lo riguardano siano oggetto di trattamento.”

Se i requisiti per il consenso non sono rispettati il consenso al trattamento dei dati personali, come detto non risulterà valido, allorquando ciò accada il Titolare del trattamento si trova in una posizione di violazione dell’articolo 6 del GDPR. 

Il caso tra Stati Uniti ei Google sul consenso

La vicenda origina da un gruppo di procuratori generali rispettivamente dello stato del Texas, di Washington e dell’Indiana che hanno promosso una causa nei confronti di Google; il colosso americano è stato accusato di aver raccolto indebitamente i dati personali e quelli di geolocalizzazione dei propri fruitori dal periodo che va dall’anno 2014 fino al 2019. Di qui non ci sarebbe nulla strano senonché, i dati sembrerebbero essere stati raccolti senza il consenso valido dell’interessato. A Google, dunque, in sede di istruttoria veniva richiesto di terminare in maniera repentina la pratica illecita. Gli utenti che sono stati coinvolti in questo traffico illecito di dati pretendono ora da Google un risarcimento derivante dai guadagni della violazione della società, la quale dalla sua parte rischia una sanzione molto salata.

La voce di Google

Un portavoce di Google ha fatto dichiarato che “I procuratori generali stanno sostenendo un caso basato su affermazioni inaccurate e informazioni datate riguardo alle nostre impostazioni di prodotto. Abbiamo sempre integrato funzionalità per la privacy nei nostri prodotti e fornito solidi strumenti di controllo per i dati di localizzazione. Ci difenderemo con decisione e chiariremo i fatti”. Solo lo scorrere del processo ci dirà come andranno le cose.

 

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